TOT DRET – La notte che non volevo finisse

    TOT DRET – La notte che non volevo finisse

    Report di Giuseppe Sforza

    L’anno scorso, dopo aver abbandonato il TOT DRET poco più che a metà, avevo scritto poche righe. Avevo dato la colpa alla mia vita frenetica, al lavoro, al poco tempo per allenarmi, dicendo che avrei rimandato il tentativo a quando qualcosa sarebbe cambiato.

    Ebbene, non è cambiato nulla.

    La vita è diventata ancora più frenetica e il lavoro mi lascia sempre meno spazio, soprattutto per preparare una gara così. Sarebbe irrispettoso dire che ho partecipato senza allenarmi, ma posso dire, senza dubbio, che non sono riuscito ad allenarmi come avrei dovuto.

    Poi arriva settembre e, a quel punto, devi scegliere: stare in griglia o stare sul divano.

    Per uno che non sa stare fermo, la scelta è stata facile.

    Si parte.

    E non è soltanto il conto alla rovescia a far salire l’emozione. È sapere cosa stai lasciando e, soprattutto, quello che troverai nelle lunghe notti.

    Lasci la confusione e, passo dopo passo, inizi a ritrovare te stesso.

    Ritrovi l’assistenza calda dei tuoi compagni, che saltano da una parte all’altra del percorso — tanto loro sono veloci — e ti aiutano a ripartire sempre un po’ prima di quanto avresti voluto.

    Segui un compagno, lo perdi e, quando meno te lo aspetti, lo ritrovi.

    Cala la sera. Accendi la frontale e sai già che albeggerà e che, più avanti, dovrai accenderla di nuovo.

    Questa è la vera magia.

    Incontri montagne che conosci bene, ma che non sai con quale luce le vedrai questa volta. Incontri anche qualche folletto — pochi, a dire il vero — e il viaggio continua.

    Incontri persone che, per qualche ora, ti raccontano la loro storia. Magari non ricorderai nemmeno il loro volto, perché la luce delle frontali acceca te e lui, ma ricorderai quelle parole.

    E poi ritrovi — o forse ti aspetti semplicemente di ritrovare — i volti dei tuoi compagni ai ristori. Quei visi che ti rassicurano e ti fanno capire che non sei solo.

    Poi ti fermi.

    Una minestra calda. Chiudi gli occhi per quattro minuti.

    Apri il cambio e trovi i bigliettini che ti hanno lasciato le tue figlie.

    E in quel momento capisci una cosa semplice.

    Sei in pace con il mondo. E soprattutto con te stesso.

    Sei felice.

    Fai fatica, tanta. Ma sei felice.

    Non vorresti altro.

    E, per un attimo, vorresti soltanto che quelle notti non finissero mai.

    Il TOT DRET non è stato soltanto arrivare al traguardo. È stato scoprire che, anche quando la vita non cambia e il tempo non basta mai, dentro di noi può esserci ancora qualcosa che ci spinge a partire.

    Questa volta sono arrivato fino in fondo.

    Con la testa, con il cuore e con le gambe.

    Grazie TOT DRET.
    E grazie a tutti quelli che, in qualche modo, hanno corso questa notte insieme a me.

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