Report di Davide Sturlese
È difficile raccontare 42 ore di gara senza dimenticare qualcosa per strada. Anche perché, a meno di due giorni dall’arrivo, la lucidità non è ancora esattamente quella di un notaio 😅.
Siamo saliti in Valle qualche giorno prima, io e Luca, mio compagno abituale di allenamenti. Sistemati i mezzi nei pressi del centro TOR, ci siamo concessi un paio di giorni di relax e preparativi.
Come mio solito avrei voluto avere più chilometri, più dislivello, più tutto. In pratica, per sentirmi davvero tranquillo, avrei probabilmente dovuto allenarmi direttamente sull’Everest.
Il pomeriggio della partenza è quello dei rituali: pettorale, sacca per Oyace, foto, controlli, zaino.
E poi c’è la cena.
Diversi compagni di squadra mi avevano fatto notare che forse tre salsicce, un bel piatto di pasta al pomodoro, formaggio, pane e patatine non rappresentavano esattamente il manuale perfetto del pasto pre-ultra.
Io: “Ma che ne sapete voi?”
Avranno avuto ragione loro?
Mah!? 😅
Alle 21 si parte da Gressoney.
E lì arriva subito la seconda scelta discutibile della serata: partire troppo forte.
Avevamo parlato mille volte di gestione, frequenze basse e ritmo controllato. Talmente chiaro che sul Pinter mi ritrovo spesso a 145-150 battiti, continuando a ripetermi: “Davide, dove stai andando?”.
In allenamento da Gressoney al Pinter avevo impiegato circa 3 ore. In gara: 2h05’.
Diciamo che il concetto di “partenza prudente” l’avevo interpretato in modo creativo.
Scendendo verso Champoluc riesco finalmente a rimettere ordine e da lì entro un po’ più nella mia gara.
A Valtournenche riparto intorno alle 5:15 del mattino, con oltre due ore di margine sul cancello delle 8.
E lì penso:
“Va bene, forse non ho già rovinato tutto.”
Che, per il mio standard mentale, equivale a un’ondata di ottimismo.
Verso Oyace la fatica cresce e lo stomaco comincia a chiudersi.
Arrivo con circa un’ora di margine sul cancello delle 19:30. Giuse Caporex insiste perché provi almeno un po’ di pasta al sugo. Io ci provo. Lo stomaco risponde con una minaccia abbastanza chiara di vomito.
Cambio maglia, ricarico lo zaino e riparto.
Verso Bruson Arp e Col Brison arriva uno dei momenti mentalmente più difficili. Comincio a fare calcoli sbagliati e mi convinco di avere quasi bruciato tutto il margine.
In pratica, dopo una trentina di ore sveglio, la matematica decide di prendersi una pausa prima di me.
La salita è dura, la discesa verso Ollomont ancora peggio, ma nei tratti corribili mi accorgo che riesco ancora a correre.
E lì arriva la prima vera sorpresa positiva:
sono stanco, ma il serbatoio non è vuoto.
Arrivo a Ollomont intorno alle 22:30, con circa un’ora e mezza di margine sul cancello di mezzanotte.
Gli amici mi accolgono con un boato e mi dicono che Stefano, Edoardo e Giuseppe sono ancora lì davanti e stanno per ripartire.
Miracolosamente torna anche l’appetito: pasta al sugo, stavolta senza minacce di rivolta.
Riparto con Francesca verso Champillon.
La seconda notte comincia a presentare il conto: stanchezza, sonno, qualche goccia di pioggia e anche le prime allucinazioni.
Le pietre diventano animali domestici che mi guardano tranquilli, quasi aspettassero il loro padrone. I cespugli invece diventano persone che conversano serenamente a quasi 3000 metri, come se fossero al bar.
Per qualche secondo sembrano assolutamente reali.
Un altro piccolo regalo del TOR
La discesa dal Col Champillon verso Saint-Rhémy mi devasta abbastanza le gambe.
Arriviamo a Saint-Rhémy-en-Bosses verso le 6:30,ormai vicini al cancello delle 7.
E qui arriva il problema serio.
Dopo il ristoro mi alzo e il quadricipite sinistro decide che, per quanto lo riguarda, la gara può anche finire lì.
Zoppico, faccio fatica a piegare la gamba e ricomincia il mio solito cinema mentale.
Dieci ore sembravano tante, ma con quel passo mi sembravano improvvisamente pochissime.
Continuo comunque verso Frassati e Malatrà.
Arrivato al Col Malatrà, intorno a mezzogiorno, chiedo ai volontari quanto può volerci per arrivare a Courmayeur.
Risposta:
“Con una buona gamba tre ore. Se sei zoppo, quattro.”
Faccio il conto.
Dodici più quattro fa sedici.
Cancello alle diciassette.
Per una volta, la matematica torna dalla mia parte.
Mi dico:
“Non posso avere fatto tutta questa strada per mollare adesso.”
E comincio a correre ogni volta che il terreno lo permette.
Dal Malatrà verso Bonatti e poi lungo la balconata succede forse la cosa che più mi resterà di tutta la gara.
Dopo quasi due giorni, oltre cento chilometri e un quadricipite malconcio, mi accorgo che c’è ancora benzina.
Non tanta.
Non bella.
Non elegante.
Ma c’è.
Poco prima del ristoro del Mont de la Saxe incontro Arthur, amico e compagno di squadra, che era venuto incontro sul percorso.
È lui a darmi un’altra bella notizia:
“Sono pochi minuti davanti a te.”
Poco dopo raggiungo i miei compagni di squadra.
Da lì ci ricompattiamo e affrontiamo insieme gli ultimi chilometri fino a Courmayeur.
Dopo più di quaranta ore passate spesso ognuno dentro la propria gara, finire insieme dà all’arrivo un bel sapore!
Alla fine Garmin registrerà:
143,93 km registrati dal Garmin
circa 138 km reali secondo chi conosce bene il tracciato
10.244 m D+
42h43’13’’ di gara
circa 65 ore senza dormire
Al di là dei numeri, quello che mi porto a casa è soprattutto questo:
scoprire che il limite mentale arriva prima di quello fisico.
Finisher.
Molto stanco.
Molto contento.
E a questo punto non posso nemmeno escludere che le tre salsicce, la cena “da turista” e i consigli di Caporex siano stati in realtà il mio vero piano nutrizionale vincente. ✌️