Report di Matteo Maggi
Ciao,
voglio raccontarvi il mio Tot Dret non solo come gara, ma come
esperienza che ho vissuto insieme a voi, anche quando ero
solo sul sentiero.
Il sabato prima della partenza mi ero fatto male. Un fastidio al
tendine femorale che mi lasciava tanti dubbi. Nei giorni
successivi ho cercato di tamponare come potevo, ma quando
siamo partiti per Gressoney l’ansia è salita forte. Eppure già in
quel momento, nel viaggio insieme, c’era qualcosa che mi
teneva. La compagnia, le chiacchiere, la consapevolezza di non
essere solo in quella avventura. Man mano che si avvicinava la
gara il malessere fisico è sparito, ma è rimasto un nodo di
emozione in gola.
In gara il problema alla gamba si è fatto sentire subito. Già
all’attacco del Pinter temevo di dover abbandonare. Ho corso
con passo corto, baricentro basso, preoccupato. Poi, piano
piano, quel fastidio ha iniziato a sciogliersi. Sul tratto Barmasse-
Magia ho corso quasi leggero, scalando posizioni, e per la
prima volta ho sentito che forse ce l’avrei fatta. In
Valtournanche Irina e Caporex mi hanno aiutato in modo
prezioso: una sosta rapida, una minestra, e via. Piccoli gesti
che in quei momenti valgono oro.
Fino al Cuney e oltre ho corso bene, in anticipo sui miei tempi
di cinque anni prima. Poi è arrivato il momento più duro. Dalla
Champillion in poi le gambe hanno iniziato a non rispondere. A
Bosses ero ancora diciassettesimo e secondo di categoria, ma
da lì in avanti è stato un altro mondo. Sonno, cadute, vista
offuscata, angoscia. Mi sono fermato a dormire cinque minuti su
un tratto pietroso, poi altri quindici al Frassati. L’arrampicata al
Malatrà e la discesa verso Courmayeur sono state un supplizio.
Ogni passo un’impresa. Sono sceso in un’ora e venti quello che
di solito si fa in quaranta minuti. All’arrivo ventottesimo.
A mente calda ero arrabbiato con me stesso. Volevo chiudere
sotto le trenta ore e non ci sono riuscito. A mente fredda, però,
sono pieno di gratitudine. Considerando come sono partito, a
Gressoney ci avrei messo la firma a portare a casa la gara. E
l’ho portata a casa grazie a quella strategia che ormai conosco
bene: «di riffa o di raffa» si arriva. È lì che la pelle diventa più
spessa. Ma soprattutto è lì che ho sentito, ancora una volta,
quanto conti avere un gruppo dietro.
Ho visto i vostri arrivi. Emozionanti, commoventi. Grandissimi.
Quei momenti mi hanno colpito più di qualsiasi classifica. Il
viaggio insieme, la giornata di attesa, il sostegno sul percorso,
le telefonate, i messaggi… tutto questo ha reso la gara più
bella. Non è solo una questione di chilometri e dislivello. È il
sapere di condividere una passione con persone speciali, di far
parte di qualcosa che va oltre il risultato individuale.
Sono contento. Con un po’ di amaro in bocca per gli ultimi
trenta chilometri, ma contento. Perché alla fine ciò che resta
non è solo il tempo o la posizione. Resta il senso di
appartenenza, la sensazione di non essere mai davvero soli,
anche quando si cammina ad occhi chiusi nel cuore della notte.
Grazie di tutto. Davvero.
